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Implantologia

Impianti dentali per pazienti senza osso quante tecniche?

L’i. (dall’ingl. implantology) è la tecnica chirurgica usata per la riparazione del danno subito da un organo, mediante la realizzazione di un impianto; tale termine ricorre usualmente nell’ambito dell’odontoiatria, meno frequentemente in altre discipline, come l’oculistica, l’ortopedia, ecc.

Implantologia dentaria. – Ha lo scopo di creare dei pilastri artificiali nelle arcate dentarie in sostituzione dei denti mancanti. Tali pilastri consentiranno così al dentista di costruire, nella bocca del paziente, delle protesi fisse anziché mobili. La fissazione di ogni pilastro artificiale all’osso mascellare è un processo biologico: l’elemento impiantato, introdotto profondamente e protetto inizialmente dai traumi masticatori, viene circondato da osso neoformato che va a stiparsi intorno alla sua superficie, immobilizzandolo. Il grosso pubblico ha notizia dell’esistenza dell’i. da pochi anni, ma la branca è molto antica, anche se i veri, sostanziali progressi si sono manifestati solo a partire dagli ultimi trent’anni.

Le moderne varietà di impianti. – Negli anni Quaranta A. Strock negli Stati Uniti e M. Formiggini in Italia idearono una vite per impianti endoossei, senza sapere l’uno dell’altro. Il primo costruì una vite piena, il secondo una vite cava. Il metallo usato in ambedue i casi era l’acciaio inossidabile. Nacquero così gli impianti endoossei. Circa nello stesso periodo G. Dahl, in Svezia, presentò un impianto in vitallium da inserire sotto la gengiva a mo’ di griglia. Era nato l’impianto sottoperiosteo o iuxtaosseo. All’endoosseo si dedicarono in particolare gli europei, mentre gli statunitensi portarono avanti le ricerche sugli iuxtaossei. Fra gli europei ricorderemo, oltre al precursore M. Formiggini, F. Zepponi, U. Pasqualini, G. Muratori, R. Cherchève, C. Perron Andrès; fra gli americani, I. Goldberg e A. Gershkoff, R. Bodine, L. Linkow (ideatore dell’impianto ”a lama”), I. Lew, L. Hershfus. Negli anni Cinquanta fu messo in uso un metallo molto importante per l’i.: il titanio. Puro, biologico, duttile e robusto al contempo, era ed è il metallo ideale per impianti endoossei. I quali hanno avuto uno sviluppo notevole dall’avvento del titanio, tanto che attualmente gli impianti più usati nel mondo sono quelli endoossei.

I principali tipi d’impianto endoosseo sono a vite e a lama. I primi ricorrono a viti cave o piene che vengono inserite specialmente nelle zone frontali della bocca, perforando profondamente, e si usano quando la bocca non è completamente edentula (fig. 1). I secondi prevedono, per l’inserzione, una fessura più o meno profonda, della lunghezza della lama; sono indicati specialmente nelle zone laterali della bocca e in caso di non completo edentulismo.

Per le bocche completamente edentule, ma qualche volta anche parzialmente edentule, oggi si usa un tipo particolare d’impianto che è stato studiato dallo svedese P. I. Bränemark: l’impianto osteointegrato.

Si introducono nell’osso alveolare elementi di forma pressapoco cilindrica (fixtures) e vi si lasciano immersi e ricoperti dalla gengiva per circa 6 mesi. Questa immobilità e atraumaticità provoca un addensamento dell’osso alveolare attorno all’impianto, tanto intenso da renderlo così robusto che, quando gli appositi monconi sono applicati agli impianti (in numero a volte anche di 10÷12), la protesi che vi viene costruita e appoggiata sopra è assolutamente immobilizzata.

L’impianto iuxtaosseo, a forma di griglia da applicare alla superficie dell’osso mascellare previo scollamento della gengiva, è pure usato frequentemente nell’edentulismo totale (fig. 2). Si tratta di un intervento molto impegnativo che spesso comporta il ricovero in clinica, non necessario per gli impianti endoossei. Per eseguirlo occorre un’impronta dell’arcata ossea previo scollamento ampio della gengiva. Questa viene poi ricucita in attesa che la griglia iuxtaossea venga costruita. Dopo circa 3 settimane la gengiva viene riaperta e la griglia viene applicata all’osso dell’arcata, a pressione. Ricucita la gengiva si passerà alla costruzione della protesi che appoggerà su 4 pilastri da essa fuoriuscenti.

Un altro tipo d’impianto che ha trovato applicazione attuale dopo un lungo periodo (circa trent’anni) di alterne fortune è l’impianto magnetico. In realtà non è l’elemento implantare (a forma generalmente di vite) che è magnetico, ma la sua parte sporgente dalla gengiva.

Infatti, una volta applicato l’impianto e lasciatolo sporgere leggermente dalla gengiva, s’inserisce, in un apposito alloggiamento, una testina magnetica che si troverà in corrispondenza con un’altra testina magnetica inserita nella protesi. Questo tipo di applicazione si usa generalmente quando in un’arcata completamente edentula non c’è una sufficiente quantità d’osso che possa permettere l’introduzione, in esso, di un numero sufficiente di impianti per una protesi completamente fissa. In questi casi, infatti, dato che generalmente la deficienza ossea è solo laterale, si usa inserire due (o quattro) impianti nella zona frontale (mentoniera o sottonasale). I magneti inseriti su ogni impianto serviranno a immobilizzare la protesi. Questa, naturalmente, potrà essere disinserita dal paziente semplicemente con uno spostamento manuale orizzontale.

Esiste anche un altro tipo d’impianto, meno conosciuto: l’impianto a bottoni, che si usa nei casi di mancanza completa dei denti (edentulismo totale), quando l’osso non è sufficiente per gli impianti a forma di vite (o di forma analoga) o a forma di griglia iuxtaossea. Si tratta di una specie di ”bottoniera” applicata a una protesi mobile. I singoli bottoni s’inseriscono in fori corrispondenti praticati nella gengiva, a mo’ di ”bottoni automatici”, i quali hanno lo scopo d’impedire che la protesi si distacchi provocando notevoli problemi al paziente.

Considerazioni conclusive. − La letteratura scientifica è ormai ricca di reperti istologici comprovanti la formazione di un osso valido intorno agli impianti, sia negli esperimenti sugli animali, sia sull’uomo. Per quel che riguarda gli studi su animali, U. Pasqualini, negli anni Cinquanta, ne fece uno su 91 impianti endoossei in 28 cani. Il risultato finale fu la presenza di un osso neoformato valido intorno alla superficie degli impianti, separato dagli stessi da una pellicola di tessuto fibroso. I reperti relativi all’uomo per ciò che concerne gli endoossei hanno pure evidenziato un buon tessuto osseo intorno all’impianto, ma sempre separato dallo stesso da un sottile strato di tessuto fibroso (Muratori). E per gli iuxtaossei i risultati pratici sono stati analoghi, cioè una buona fissità dell’impianto. L’unica differenza consisteva nel fatto che l’impianto, anziché dall’osso, veniva immobilizzato da un robusto tessuto fibroso che incarcerava completamente la griglia (Bodine). La durata di un impianto, che non subisca traumi masticatori anomali durante il periodo di funzione, è pressoché illimitata. Le cause che portano un impianto all’insuccesso sono quasi sempre i traumi masticatori abnormi esercitati sugli stessi, oppure una errata scelta del caso, o squilibri dovuti a una protesi mal costruita. Gli esempi di impianti di lunga durata (anche fino a 20÷35 anni) sono numerosi nella letteratura.

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